Del perché la World’s 50 Best non mi piace


L’edizione 2012 della "The World’s 50 Best Restaurants, sponsored by S.Pellegrino and Acqua Panna", nome altisonante che indica il concorso che da quasi 10 anni elegge i 50 migliori ristoranti del mondo, non ha certo portato risultati brillanti per l’Italia che ha perso 3 dei 6 ristoranti in classifica l’anno scorso, registrando inoltre per i restanti una lieve tendenza al ribasso.

La World’s 50 Best è ormai considerata una sorta di premio Oscar della cucina e, per quanto molti si sforzino di prenderla in maniera diciamo "giocosa", questa graduatoria ha un enorme potere commerciale. Sono molto esplicative in questo senso le parole di Rene Redzepi del Noma di Copenaghen (ristorante da 3 anni in prima posizione): “1204 persone sulla lista d’attesa di stasera. Stessa data nel 2008: 14 ospiti in tutto il giorno”.

Tralasciando la vertigine da classifica ci sono diversi aspetti che mi perplimono assai:

  • I giurati sono pubblicamente noti, scelti fra chef e giornalisti del settore, e vengono suddivisi per aree geografiche. La diretta conseguenza è che diviene fin troppo semplice pianificare strategie campanilistiche, se non addirittura prendere accordi fra giurati di aree differenti. La cosa si palesa in una netta impronta anti-francese dei risultati.
  • Proprio per la presenza esclusiva di addetti ai lavori, vengono premiati principalmente gli chef con una certa visibilità, intesi come coloro che promuovono attivamente la loro cucina ai grandi convegni internazionali.
  • Lo sponsor principe della manifestazione è un fornitore di molti dei ristoranti in lista. E’ vero che a pensar male si fa peccato, ma per rispolverare un termine in politichese nostrano parlerei quantomeno di conflitto d’interesse.

La World’s 50 best appare piuttosto lontana dal valore assoluto, ma è un’interessante cartina tornasole degli umori della critica internazionale, che guarda con sempre maggiore interesse alla cucina nordica e scandinava.

L’edizione 2012 fornisce anche un ritratto abbastanza impietoso, ma purtroppo realistico, di come la cucina italiana venga percepita nel mondo. Che sia necessario investire di più in marketing e comunicazione?

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